Una politica antipolitica. La sfida di Václav Havel (recensione a V. Havel, La politica dell’uomo, Castelvecchi, Roma, 2014).

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Una politica antipolitica. La sfida di Václav Havel (recensione a V. Havel, La politica dell’uomo, Castelvecchi, Roma, 2014).
  20/6/2014maelstrom: Una politica antipolitica. La sfida di Václav Havelhttp://www.damianopalano.com/2014/05/una-politica-antipolitica-la-sfida-di.html1/5 di Damiano Palano maelstrom lunedì 19 maggio 2014 Una politica antipolitica. La sfida di Václav Havel di Damiano Palano Nel maggio 1984, quando il crollo dell’impero sovietico eraancora lontano, l’Università di Tolosa decise di conferire unaLaurea Honoris Causa a Václav Havel. Il grande intellettualececo, che aveva pagato il suo impegno nel movimento Charta 77con cinque anni di reclusione, naturalmente non poté lasciare ilpaese. E così non poté mai pronunciare il testo che aveva scrittoin vista della cerimonia. A trent’anni esatti dalla stesura di queldocumento, ripubblicato proprio in questi giorni ( La politicadell’uomo , Castelvecchi, pp. 51, euro 7.50), non si può nonrimanere sorpresi dalla profondità di una riflessione che non hasmarrito nulla della propria forza. Nella lezione risuonano senzadubbio l’insegnamento di Jan Patočka, il filosofo che più avevainfluito sull’esperienza di Charta 77, e (almeno indirettamente)anche la critica alla deriva delle scienze europee pronunciata daHusserl. Il discorso di Havel non riflette infatti solo sulla realtà delregime totalitario, ma sviluppa una critica all’intero progetto dellapolitica moderna e ai suoi fallimenti. I sistemi totalitari sonoconsiderati da Havel solo come «uno specchio convesso delleinevitabili conseguente del razionalismo». Ed è per questo chel’esperimento drammatico di un potere totalizzante diventa unformidabile monito per l’intera civiltà occidentale. La scienza moderna ha infatti reciso la relazione con il «mondovitale», ha cioè separato il soggetto dall’esperienza vissuta nelmondo. «La scienza moderna, nel costruire la sua immagineuniversalmente valida del mondo», osserva Havel, «distrugge iconfini del mondo naturale, che può comprendere solo come unaprigione di pregiudizi da cui dobbiamo evadere per raggiungerela luce della verità oggettivamente verificata. Il mondo naturaleappare ad essa come un avanzo infelice dei nostri antenati, unafantasia della loro infantile immaturità. In tal modo, è indubbio, eleziona lingua Powered by Traduttore Translate Home pageLibriScritti recentiContattiLa democrazia senza qualità. Appunti sulle «promesse nonmantenute» della teoriademocraticaFino alla fine del mondo. Saggisul 'politico' nella 'rivoluzionespaziale' contemporaneaVolti della paura. Figure deldisordine all'alba dell'erabiopoliticaLa soglia biopolitica. Materiali suuna discussione contemporaneaLa democrazia e il nemico. 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La sfida di Václav Havelhttp://www.damianopalano.com/2014/05/una-politica-antipolitica-la-sfida-di.html2/5 essa elimina, come meraFinzione, anche ilfondamento più profondo delnostro mondo naturale;uccide Dio e prende il suoposto sul trono vacante,cosicché per l’avvenire saràla scienza a stringere nelleproprie mani l’ordinedell’esistenza in qualità diunico, legittimo guardiano ead essere l’unico, legittimoarbitro di tutta la verità checonta. Perché, dopotutto, èsolo la scienza a ergersi al disopra di tutte le veritàsoggettive dell’individuo,sostituendole con una verità superiore, sovraoggettiva esovrapersonale, che sia veramente oggettiva e universale» (p.15). Sviluppando questa prospettiva, Havel può riconoscere lamedesima deformazione genetica anche alle srcini della politicamoderna. Sulle orme del filosofo ceco Václav Bělohradský,definisce infatti la politica moderna – costruita a partire daMachiavelli, in sostanziale simmetria con Galileo – come«tecnologia razionale del potere». Ma, proprio percorrendoquesto binario, il potere diventa «anonimo e spersonalizzato».L’srcine della politica moderna si colloca infatti nel momento incui «la ragione umana comincia a ‘liberarsi’ dall’uomo in quantotale, dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale edalla responsabilità personale e, in tal modo, anche da ciò a cui,entro la cornice del mondo naturale, tutta la responsabilità sirelaziona in modo esclusivo: il suo orizzonte. Così, come gliscienziati moderni separano il vero uomo dal soggettodell’esperienza vissuta del mondo, allo stesso modo sicomportano lo stato moderno e la politica moderna, e in manieraancora più evidente» (p. 25). La più perfetta realizzazione diquesta «tecnologia razionale delpotere» si trova proprio neisistemi totalitari. Ma la stessalogica – avverte Havel – si puòriconoscere anche nei sistemidemocratici occidentali, perchéanche in questo caso il poteretende a tramutarsi in un potereanonimo e spersonalizzato. «Unpolitico moderno», in qualsiasisistema, è infatti «trasparente:dietro la sua mascheragiudiziosa e la sua dizioneaffettata, non c’è tracciadell’uomo radicato nell’ordinedel mondo naturale e dai suoiamori, dalle sue passioni, dai suoi interessi, dalle sue opinioni l’ipotesi sulla crucialecontrapposizione fra amico enemico, Carl Schmitt, nel suocelebre Begriff des Politischen ,ricorre...Domani, chigovernerà ilmondo? Un librodi Jacques AttaliOggi, sabato 2giugno, appare su"Avvenire" una recensione delvolume di Jacques Attali, Domani,chi governerà il mondo? , rece...La crisi della«democraziaorganizzata». 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Il sistema,l’ideologia, l’apparato ci hanno privato – tanto i governanti quantoi governati – della nostra coscienza, del nostro senso comune edel nostro linguaggio naturale e, in tal modo, della nostra veraumanità» (p. 27).Il discorso svolto nella Politica dell’uomo costituisce naturalmenteuno sviluppo del Potere dei senza potere , il formidabile pamphlet,scritto a ridosso dell’esperienza di Charta 77, in cui Havelragionava sulla logica del post-totalitarismo (oltre che di ciò chegià allora chiamava «post-democrazia»). Anche nella lezione del1984 non rinuncia così a cercare un’alternativa al destino di unapolitica intesa solo come «tecnica razionale del potere». Ed è per questo che Havel indica la strada di una possibile resistenza inuna paradossale «politica antipolitica». Ovviamente Havel non siriferisce a quell’insieme di retoriche demagogiche che per noi èdiventato familiare chiamare «antipolitica». Con quella formulal’intellettuale ceco intende piuttosto «una politica dell’uomo e nondell’apparato». L’obiettivo della «politica antipolitica» è infatti laricostruzione di una relazione con il Lebenswelt, con il «mondovitale». Si tratta cioè di «ricostruire il mondo naturale come veroterreno», di «riabilitare l’esperienza personale degli uomini comemisura prima delle cose», di «dare significato alla comunità degliuomini, a restituire il contenuto al linguaggio umano, a ricostituirel’‘Io’-uomo, autonomo, integrale, dignitoso come fulcro dell’azionesociale». E, dunque, di una difesa contro il potere impersonale,rappresentato dai tecnici dell’apparato o da quelli dell’economia:«Fintantoché, comunque, la nostra umanità resta indifesa, nonsaremo al sicuro dai trucchi tecnici e organizzativi progettati per produrre un migliore funzionamento economico, così comenessun filtro posto sulla ciminiera di una fabbrica sarà in grado diprevenire una generale disumanizzazione» (p. 37).È proprio per ilrichiamo alla funzionedi una «politicaantipolitica» che lalezione di Havelcontinua a costituireuna sfida preziosa. Edè l’affermazione dellarelazione con ilLebenswelt, con la vita quotidiana, che consente di cogliere unlegame – sottile ma comunque reale – fra l’aspirazione«antipolitica» che nutriva i movimenti del dissenso nei paesi delsocialismo reale e l’istanza «antipolitica» che alimenta oggi queimovimenti eterogenei, uniti solo dalla protesta contro la classepolitica e contro il potere impersonale della «tecnocrazia». Manon è certo una sfida che, al di là della retorica, sia facile daraccogliere. Perché la politica moderna è effettivamente unaformidabile «bottega di maschere», un’officina in cui nel corso deisecoli giuristi e filosofi si sono impegnati a ‘spersonalizzare’ ilpotere, a separare la figura concreta del sovrano dal suo ufficio edunque dalle prerogative associate alla sua carica. Questo sforzo ► aprile (5)► marzo (7)► febbraio (3)► gennaio (5)► 2013 (80)► 2012 (57)► 2011 (81)11 settembre, fuvera cesura? Oggisu "Avvenire"11 settembre, fuvera cesura? 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Mala «bottega di maschere» della politica moderna ha ancheindirizzato verso la costruzione di grandi, immense macchineburocratiche, capaci di ‘spersonalizzare’ persino il più terrificantedei poteri. E il punto non è costituito soltanto dal fatto che lacostruzione di regole impersonali e di macchine politiche‘efficienti’ rimane probabilmente una necessità inaggirabile per lesocietà contemporanee. In termini più radicali, le «maschere»politiche, le «finzioni», le astrazioni ideologiche sono per moltiversi indispensabili per pensare la politica. O, quantomeno, sonoindispensabili per pensare un soggetto collettivo, un «Noi» il cuiobiettivo sia anche semplicemente quello di opporsi al potereimpersonale di un regime tirannico. E proprio per questo ognimovimento e ogni partito – nel momento stesso in cui diventa‘politico’ – non può che rinunciare alla propria istanza«antipolitica», almeno nel senso in cui Havel la intendeva. Lanecessità di dotarsi di un’organizzazione efficiente e soprattuttol’esigenza di dotarsi di una coerenza e di un’unità interna (anchesoltanto sotto il profilo simbolico) non possono infatti noninnescare la costruzione di maschere, di grandi astrazioniteoriche: maschere costruite con i materiali ideologici più diversi,che però tendono sempre a riprodurre la logica fatale che Havelritrovava alle srcini della trasformazione della politica in una«tecnologia razionale del potere».La «politica antipolitica» diHavel costituisce così davveroun enorme paradosso, unrompicapo probabilmente senzasoluzione. Perché le mascheresono indispensabili alla politica,ma perché, al tempo stesso, lapolitica – all’interno di un partito,o all’interno delle istituzionipubbliche – non può chesmarrire il proprio significato piùradicale ed esistenziale serinuncia all’istanza«antipolitica», ossia alradicamento nel mondo vitale: una politica intesa «non cometecnologia del potere e della manipolazione, del dominiocibernetico sugli uomini o come tecnica strumentale», bensìcome «uno dei modi di realizzare un vita sensata, di proteggerlae di servirla». Ed è d’altronde per questo che l’idea di una«politica antipolitica», destinata a rivivere ogni volta dentro ilbrulicare della vita quotidiana e nel potere costituente dei mondivitali, non ha perso dopo trent’anni neppure un grammo dellapropria portata critica. 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