Sentimento nazionale, identità personale e libertà

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Sentimento nazionale, identità personale e libertà
  1 Sentimento nazionale, identità personale e libertà Mario Ricciardi 1. Ritorno del nazionalismo? Nel saggio Of National Characters  David Hume afferma che “il volgare” porta alle estreme conseguenzel’idea che ci sono “caratteri nazionali”. Per cui, una volta stabilito che in principio la codardia ol’ignoranza sono tipiche di un popolo, chi appartiene al volgo non ammette possibilità di eccezione. Lepersone sensate, al contrario, condannano questi giudizi assoluti, anche se sono disposte ad ammettereche ciascuna nazione ha il suo peculiare “set of manners” e che alcune qualità sono più diffuse tra unpopolo che tra i suoi vicini 1 . La contrapposizione proposta da Hume tra l’opinione “volgare” e quella“sofisticata” sui caratteri nazionali potrebbe essere il punto di partenza per articolare un’opposizione tradue modi di concepire le nazioni, che ha un certo rilievo per la riflessione politica. Da un lato, abbiamol’idea della nazione come qualcosa che ha una sorta di essenza morale, un tratto – o un insieme di tratti – caratteristici e necessari. Dall’altra, invece, c’è una concezione più sfumata, che presentaindubbiamente difficoltà di formulazione rigorosa, ma che appare al contempo più plausibile e piùaccettabile moralmente. La prima tesi, se così possiamo chiamarla, configura una sorta di relativismomorale o dei costumi. Se, infatti, la codardia o l’ignoranza appartenessero necessariamente agli italiani,non avrebbe senso biasimarne uno per la sua mancanza di coraggio o di cultura. Allo stesso modo, sel’affidabilità fosse una proprietà necessaria degli inglesi, non avrebbe senso lodarne uno per avermantenuto la parola data. Sia l’uno sia l’altro non hanno scelta, quindi il loro comportamento è al di làdel bene e del male. L’atteggiamento che Hume attribuisce alle persone sensate invece non ha questeconseguenze. Credere che ci sono differenze nazionali – e che certe attitudini potrebbero essere piùdiffuse in un popolo piuttosto che in un altro per via della sua storia morale e politica – è compatibilecon l’idea che ci sono standard di valutazione non soggettivi delle pratiche sociali e delle istituzioni 2 .Sostengo che la possibilità di standard di valutazione non soggettivi – che è cosa diversa da oggettivi – èuna delle premesse del pluralismo dei valori 3 .Quando Hume pubblica per la prima volta i suoi saggi, nel 1741, il nazionalismo si è già affacciato sulpalcoscenico della storia europea. Tuttavia, è solo più tardi, nel secolo seguente, che esso si manifesta inpieno come un fenomeno politico di straordinaria importanza, secondo alcuni il più importante del 1 Hume 1741, p. 113. 2 Vedi Greco 2008, pp. 216-232. 3 Ricciardi 2009. Vedi anche Berlin 2007, pp. 260-265.  2 tempo. In effetti, è impossibile leggere una storia dell’ottocento senza imbattersi nella “questionenazionale”. Da Gibilterra fino alle steppe dell’Asia centrale le rivendicazioni nazionali scuotono gliimperi fino a metterne in pericolo la stessa sopravvivenza. Gli effetti di questa ondata di conflitti siripercuotono per tutto il ventesimo secolo.La catastrofe innescata dall’esplosione del nazionalismo è di tali proporzioni che John Dunn lo giudica“la più grande vergogna politica del diciannovesimo secolo, la macchia più profonda, indelebile e senzaprecedenti della storia politica del mondo dopo il 1900” 4 . Per Dunn, lo “scandalo” che il nazionalismosuscita dopo le guerre mondiali è segno: di quanto il suo successo è giunto inatteso, di quanto improvviso è stato lo scacco che ha inflitto alla visione ammirata che l’Illuminismo europeo aveva dell’Astuzia della Ragione: nel nazionalismo, oalmeno oggi così sembra, l’Astuzia della Ragione ha infine trovato un avversario degno di tenerle testa 5 . Alla fine degli anni settanta del secolo scorso, quando Dunn scriveva queste sue riflessioni sulla “teoriapolitica di fronte al futuro” il rifiuto del nazionalismo – almeno tra i liberali – era effettivamentepressoché unanime. Se non esplicitamente condannato, il sentimento nazionale era comunque esclusodal novero delle considerazioni che possono essere legittimamente invocate nell’ambito di una teorialiberale 6 . Un interdetto e una rimozione che – come sottolineava lo stesso Dunn – non facevano i conticon il fatto che, “almeno dietro le quinte”, il nazionalismo sopravviveva come “idioma comune delsentimento politico” 7 . La qualificazione si spiega perché, dopo la seconda guerra mondiale, ilnazionalismo sembra perdere la sua vitalità politica, almeno sul continente europeo. Ovviamente,allargando lo sguardo fino ad abbracciare il processo di decolonizzazione, si sarebbe giunti aconclusioni ben diverse. In ogni caso, rispetto agli anni settanta, le cose oggi sono mutateconsiderevolmente. La fine della “guerra fredda” e il crollo del muro di Berlino hanno segnato il ritornoin grande stile del sentimento nazionale e del nazionalismo sul proscenio della politica, in Europa comenel resto del mondo. Ciò rende la posizione dei liberali che negano la rilevanza dell’uno e dell’altro perla teoria politica normativa molto più difficile.Certo, si può sostenere che, nonostante la sua riemersione, il nazionalismo era e rimane uno “scandalomorale”. Per esempio, Robert E. Goodin e Philip Pettit, curatori di un’introduzione alla filosofiapolitica, spiegano la loro scelta di non occuparsene perché esso difficilmente può essere consideratocome un modo di pensare “basato su principi” 8 . Tuttavia, questa condanna radicale, per quanto 4 Dunn 1979, p. 57. 5 Dunn 1979, p. 57. 6 Dunn 1979, p. 57. 7 Dunn 1979, p. 58. 8 Goodin and Pettit 1995, p. 3.  3 comprensibile alla luce dei precedenti cui allude Dunn, va incontro a un’obiezione che è stata formulatain modo particolarmente efficace da John Gray: [q]ueste osservazioni [di Goodin e Pettit] comportano che il nazionalismo, probabilmente il più potentefenomeno politico del mondo contemporaneo, non solo non ha una difesa nel pensiero basato suiprincipi, ma non l’ha mai avuta; che le riflessioni di Hegel sullo stato-nazione, e di Herder sulla culturanazionale, non contano, e presumibilmente non hanno mai contato, come esercizio di pensiero basatosui principi; e quindi esse fanno sorgere la questione, anche se soltanto come una mossa in un giocodialettico: in nome di quali standard questi teorici della nazionalità devono essere esclusi dal canone delpensiero basato sui principi? 9  In effetti, Gray ha buon gioco nel mostrare che la pretesa che il nazionalismo non abbia mai avuto onon possa avere una difesa di principio è assurda. In primo luogo, perché ci sono diversi filosofi delpassato come Herder, Hegel o Fichte che hanno sostenuto che il sentimento nazionale contribuisce inmodo significativo a plasmare l’identità delle persone e ne hanno difeso la rilevanza per la filosofiapolitica. Poi perché le tesi di questi e di altri autori sono state riprese e ulteriormente articolate neldibattito contemporaneo da pensatori come Roger Scruton o Alasdair MacIntyre 10 . Tuttavia, anche sequeste considerazioni sono sufficienti per mostrare che non si può escludere che il nazionalismo abbiauna dignità filosofica, esse non ci dicono ancora come una difesa di tale posizione potrebbe essereaccettabile per i liberali sul piano normativo.Un primo passo in questa direzione si può fare riesaminando la natura del sentimento nazionale e il suorapporto con l’identità delle persone. Se, come ha sostenuto Isaiah Berlin, c’è spazio per un modo diintendere la “coscienza nazionale” che alimenti una concezione non aggressiva e non esclusivadell’identità nazionale, l’idea che il nazionalismo sia compatibile con liberalismo – e forse perfinoaccettabile per i liberali – potrebbe apparire più plausibile 11 . In effetti, ci sono diversi autoricontemporanei, alcuni dei quali si richiamano esplicitamente al pensiero di Berlin, che hanno tentato diarticolare un “liberalismo nazionalista” 12 . Tra gli altri, vale la pena di ricordare almeno David Miller, 9 Gray 1993, p. 13. 10 Per quel che riguarda Scruton, il principale esponente di un punto di vista conservatore nella filosofia politicacontemporanea di lingua inglese, si veda almeno Scruton 2006, pp. 1-31. Per MacIntyre, invece, si veda la sua Lindley Lecture sulla virtù del patriottismo, MacIntyre 1984. La posizione del filosofo scozzese si colloca all’interno della prospettivadi una rivalutazione del patriottismo come virtù civile che recupera il sentimento nazionale come alimento della solidarietàtra i cittadini di una repubblica. Per una ricostruzione generale di questa prospettiva nella filosofia politica contemporanea, vedi Viroli 1995, pp. 174-182. Tra i principali fautori di questo ritorno al patriottismo, bisogna ricordare almeno Charles Taylor, Michael Walzer e lo stesso Viroli. Un certo rilevo, soprattutto in Europa, ha avuto una variante di questoorientamento nota come “patriottismo costituzionale” i cui esponenti principali sono Jurgen Habermas e Gian EnricoRusconi. Vedi Viroli 1995, pp. 168-174 e Müller 2007. 11 Berlin 1972, pp. 238-261. 12 Crowder 2004, pp. 40-41.  4  Yael Tamir, Neil MacCormick, Avishai Margalit, Joseph Raz e Will Kymlicka 13 . Presentare e discutere leidee di ciascuno di questi autori richiederebbe uno spazio più ampio di quello che ho a disposizione.Preferisco quindi concentrarmi su una premessa comune dei loro argomenti, e cioè che una concezionenon esclusiva e non aggressiva dell’identità nazionale, come quella di cui parla Berlin nei suoi lavori, siapossibile 14 . Ovviamente, anche se lo fosse, essa non sarebbe che una delle premesse di una difesanormativa del liberalismo nazionalista. 2. Definizione e storia. La prima difficoltà che si incontra nel tentativo di articolare una concezione dell’identità nazionale è chel’oggetto di cui ci si occupa si presenta come straordinariamente elusivo. Da un lato, nessuno dubitadavvero che ci siano gli italiani o i francesi, e questa convinzione sembra dipendere dal fatto che èpossibile distinguere le persone sulla base della nazionalità. Dall’altro, come ha osservato E.J.Hobsbawm nel suo libro su nazioni e nazionalismo, quando si cerca di formulare il criterio di taledistinzione, la faccenda si complica 15 .La semplice cittadinanza – che a prima vista soddisfa i requisiti per poter essere considerata un criterio – risulta, a un esame più approfondito, almeno parzialmente, inadeguata. Se è vero, infatti, che in primaapprossimazione un italiano è una persona che ha la cittadinanza italiana, ci sono altre nazionalità chenon hanno un rapporto così semplice con un criterio giuridico di appartenenza. Per esempio, nessunodubita del fatto che i curdi siano una nazione. Eppure, dal punto di vista della cittadinanza, perfino icurdi che vivono in Kurdistan, il luogo che essi considerano la propria dimora ancestrale, dovrebberoessere classificati come turchi, iraniani o iracheni. Andando indietro nel tempo, la stessa cosa si potrebbe dire anche di nazionalità cui oggi corrispondeun chiaro criterio giuridico di appartenenza. L’esempio più ovvio è proprio quello degli italiani. Primadell’unificazione nazionale in Italia non c’erano affatto cittadini italiani, ma solo sudditi dell’Impero Austroungarico, del Granducato di Toscana, del Regno delle due Sicilie o degli altri Stati tra cui eradivisa la penisola 16 . Ciò nonostante, gli abitanti di Milano, Roma o Firenze apparivano indiscutibilmenteitaliani a un osservatore straniero. Basta leggere le testimonianze di Stendhal, di Madame de Staël o di 13 Miller 2007, p. 184, n. 6. 14 Per Berlin, il nazionalismo è “un’infiammazione della coscienza nazionale che può essere, e occasionalmente è stata,tollerante e pacifica. Usualmente sembra provocata da ferite, qualche forma di umiliazione collettiva”. Berlin 1972, p. 245. Vedi anche Berlin 1979. Su Berlin, l’identità nazionale e il nazionalismo, vedi Nathan 1991, Hampshire 1991, Jahanbegloo1992, Gray 1995, Ignatieff 1998, Ricciardi 2004 e Miller 2007. 15 Hobsbawm 1990, p. 5. 16 L’italianità degli italiani prima dell’unità è oggetto di controversia. C’è chi, come Hobsbawm sottolinea che la grandemaggioranza degli abitanti della penisola al momento dell’unificazione parlava idiomi diversi, talvolta la punto da esseremutuamente incomprensibili per chi li usava. Hobsbawm 1990, pp. 37-38. Tuttavia, lo stesso autore riconosce che la pretesadei difensori dell’emancipazione politica dell’Italia trovava alimento nell’esistenza di una significativa – e risalente nel tempo – tradizione culturale che usava l’italiano come lingua comune. Hobsbawm 1990, pp. 60-61. Vedi anche Bollati 1996, pp. 34-123, Bagnoli 2007, pp. 95-107 e Duggan 2008, pp. 24-47.  5 Goethe per rendersi conto che questi viaggiatori non dubitavano affatto della possibilità di riconosceretratti significativi di un’identità italiana nelle persone che incontravano nel nostro paese, anche seciascuna manifestava caratteristiche linguistiche o culturali locali che la distinguevano in parte daiconnazionali di diversa srcine 17 . Certo, l’identità che tali osservatori rilevano è tutt’altro che uniforme,ma la stessa cosa si potrebbe dire anche per quel che riguarda gli abitanti di altri paesi europei che a queltempo erano già unificati politicamente 18 .Se la mancata unificazione politica non è un ostacolo per l’emersione di un’identità nazionale, e per lapresa di coscienza della nazionalità da parte di chi la condivide, non c’è dubbio che essa sia destinata ainterferire con la fioritura di una cultura civile comune. Le osservazioni di Giacomo Leopardi sulcostume degli italiani, scritte probabilmente nel 1824, ma pubblicate soltanto nel 1906, ne sono unatestimonianza esemplare. La diagnosi di Leopardi è particolarmente severa. Le classi colte in Italia nonhanno davvero una moralità condivisa 19 .La complessità del rapporto tra cittadinanza giuridica e nazionalità è accresciuta dal modo in cui èavvenuta la formazione dello Stato che si prende in considerazione. In alcuni casi, infatti, lo Stato è ilrisultato di un processo politico di unificazione nazionale che favorisce la sovrapposizione tra le duenozioni. Ciò è accaduto, ad esempio, in Francia, in Italia e in Germania. In altri casi, invece, l’istituzionedi una comunità politica indipendente dal punto di vista giuridico passa attraverso un processo diaggregazione tra Stati preesistenti che avevano, all’epoca dell’unificazione, identità nazionali distinte.Così, ad esempio, si sono formate la Spagna e il Regno Unito. Ancora diverso è il caso degli Stati Unitid’America, che si formano attraverso la federazione di Stati preesistenti, separatisi dalla madrepatriaBritannica, in seguito alla guerra d’Indipendenza. Negli Stati Uniti la complessità del rapporto tracittadinanza e nazionalità è ulteriormente aumentata dal fatto che gli Stati che danno vita allaFederazione hanno abitanti di provenienza nazionale diversa, ma essa non ha rilievo per la cittadinanzagiuridica nel loro paese d’adozione. L’emersione di una specifica coscienza nazionale statunitense è unprocesso relativamente recente che segue l’istituzione della Federazione. Si tratta di un caso interessanteperché configura la possibilità di una nazione che non nasce in seguito a un processo di unificazionenazionale o di unione personale tra corone – come gli altri cui abbiamo accennato – ma piuttosto da unprogetto consapevole di “Nation Building” che ha lo scopo di plasmare un’identità distintiva a partiredalla condivisione esplicita di principi di moralità politica e non di un’identità nazionale storica comequella dei francesi o degli italiani 20 . 17 La variazione era tale da sollevare talvolta problemi di identificazione. Vedi, ad esempio, quanto riportato da Roderick Cavaliero sulle attitudini di alcuni inglesi nei confronti dell’italianità dei napoletani. Cavaliero 2007, pp. 142-146. Come ènoto, la stessa perplessità fu manifestata da certi piemontesi. Vedi Galli della Loggia 1998, p. 64. 18 Vedi, ad esempio, Colley 1996. 19 Per Leopardi, infatti, “[…] la nazione non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano […]”. Leopardi 1906,p. 454. Vedi Galli della Loggia 1998, pp. 88-91. 20 Walzer 1996, pp. 23-29.
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