L'autorità degli affetti

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This article takes into account Iris Murdoch’s complex critique of the Kantian conception of moral authority as based on the authority of reason. While this critique fails to rule out Kantian rationalism, it nonetheless points to an alternative
   1  Etica e Politica/Ethics and Politics, Riccardo Fanciullacci e Maria Silvia Vaccarezza eds. Giugno 2014.   L’autorità degli affetti   Abstract This article takes into account Iris Murdoch’s complex critique of the Kantian conception of moral authority as based on the authority of reason. While this critique fails to rule out Kantian rationalism, it nonetheless points to an alternative account of moral authority, which is grounded on the independent authority of emotions. This alternative conception of moral authority shares  some important features of Kantian accounts of the moral feeling of respect as reverence for the moral law, but it also suggests a radically different interpretation of practical reflection, and of its distinctive modes and moral achievements. Uno dei meriti indiscussi della filosofia di Iri s Murdoch è la sua critica all‟“aridità” che caratterizza l‟approccio analitico e, più in generale, razionalista sia alla filosofia della mente che alla filosofia morale (Fuster Peirò & Laurenzi 2013). Discutibili sono, invece, i metodi impiegati e i risultati ottenuti attraverso questa critica. All‟aridità degli analitici e razionalisti, Murdoch contrappone una  preziosa analisi degli affetti, specialmente nei contesti deliberativi nei quali le teorie etiche invocano il ragionamento pratico e quindi si cimentano in questioni tecniche come la forma del sillogismo pratico o lo statuto della conclusione di un tale sillogismo. Oltre che da un fastidio per il tecnicismo, la cui inutilità rispetto agli interrogativi fondamentali della filosofia è spesso dichiarata in modo polemico contro gli ingegneri del linguaggio morale, la critica di Murdoch si basa sulla convinzione che la filosofia morale debba procedere di pari passo ad una filosofia delle mente  basata su una psicologia realistica e plausibile. È questa convinzione  –   che Murdoch condivide con G.E.M. Anscombe  –   a motivare il ritratto a tinte delicate dell‟agente morale che delibera sui propri sentimenti e risentimenti, anziché impegnarsi in inferenze pratiche, sillogismi e calcoli sui costi e   2  benefici dell‟azione. Dal punto di vista descrittivo e fenomenologico, si tratta di un ritratto certamente più plausibile delle astrazioni e idealizzazioni utilizzate nella teoria della scelta razionale che ha prevalso nell‟ambito dell‟ etica analitica. Ma, aldilà di questo merito, è difficile mettere a fuoco i dettagli della proposta di Murdoch. L‟ob iettivo di questo articolo è di offrire un‟ipotesi non solo interpretativa ma anche te orica, secondo la quale la soluzione tratteggiata da Murdoch è di considerare gli affetti come sorgente indipendente di autorità morale. Si tratterà, poi, di vedere se questo tipo di autorità morale può sostituire del tu tto l‟autorità della ragione  o se, invece, deve essere considerata complementare e quindi servire da integrazione in una concezione  più ampia e differenziata dell‟autorità morale. Nell‟ultima parte dell‟articolo, pongo a confronto le suggestioni innovative di Murdoch con le più recenti teorie del ragionamento pratico, teorie che si  proclamano “non standard” proprio perché  hanno abbandonato le ambizioni e le astrazioni della teoria dell‟azione razionale classica  criticate da Murdoch. Il confronto con queste teorie del ragionamento pratico mostra comunque l‟srcinalità e la radicalità dell‟approccio di Murdoch,    proprio per quanto riguarda l‟ autorità morale degli affetti. Questa è l‟occasione anche per ridefinire i compiti del razionalismo pratico, in modo diverso da come lo intendeva Murdoch eppure memore della sua critica. 1.   La critica all’autorità della ragione   Un obiettivo polemico fondamentale per Murdoch è il razionalismo etico, inteso come quella famiglia di teorie etiche secondo la quale (i) i concetti morali hanno srcine nella ragione, (ii) hanno senso per esseri razionali, (ii) si applicano appropriatamente a tali esseri in virtù del fatto che sono razionali, (iii) hanno autorità sugli esseri razionali in virtù del fatto che sono fondati sulla ragione. In aggiunta a queste tesi sulla natura dei concetti morali, solitamente il razionalismo etico sostiene anche che (iv) l‟obbligo morale è un requisito della ragione. Non tutte le teorie razionaliste accolgono una tale teoria dell‟obbligo morale, ma certamente questa è una tesi fondamentale per il razionalismo kantiano. L‟autorità della morale, secondo questa p articolare prospettiva razionalista,   3 coincide con l‟autorità della ragione. Anzi, più in generale, si dovrebbe dire che l‟autorità della ragione è l‟unica sorgente di autorità genuina, l‟unica sorgente davvero normativa per gli agenti razionali. In questo modo, i razionalisti kantiani intendono garantire alle ragioni una capacità incontestabile di essere vincolanti ed efficaci; o, per meglio dire, incontestabile a meno che non sia il ragionamento stesso a contestarle. Infatti, per questa via, il razionalismo si impegna anche ad una tesi generalmente poco discussa in questi ambiti, ovvero, la tesi che le ragioni sono anche  provvisorie ( defeasible ) poiché sempre almeno in linea di principio aperte alla revisione critica attraverso il ragionamento. Ora, una delle questioni più spinose per il razionalismo riguarda l‟efficacia delle ragioni. Come ho avuto modo di sostenere altrove, è Kant a formulare chiaramente tale questione dell‟efficacia della ragione e offre una risposta particolarmente innovativa e intere ssante (Bagnoli 2007, cap. 1, Bagnoli 2011, Bagnoli 2013, Introduzione) . Per spiegare l‟efficacia della ragione identifica un sentimento morale, il rispetto. Tale sentimento non funziona come un desiderio che si accompagna semplicemente all‟afferrare il co ntenuto di una ragione. Piuttosto, dice Kant, è il movente morale, la morale sotto forma di movente soggettivo che ci dispone all‟azione. È attraverso questo movente che la legge morale acquista autorità e sovranità assoluta (Kant, 1788, 76, cf. Bagnoli 2003) . L‟efficacia della ragione si afferma, cioè, per via di un elemento affettivo, attraverso l‟insorgere di un sentimento morale. L‟idea non è che si tratti di un sentimento tanto  potente da distruggere la forza dei desideri e delle inclinazioni. Anzi, può ben darsi che questo sentimento non sia sufficiente a determinare l‟agente all‟azione. Eppure è a questo sentimento che si affida l‟autorità della ragione. Secondo Murdoch la concezione kantiana dell‟autorità della morale è erra ta e fuorviante. Il ris  petto è “una specie di orgoglio sofferente”   dell‟animale razionale,  che accompagna il riconoscimento del dovere (Murdoch, 1997, 366- 367). L‟esperienza emotiva del rispetto è proprio l‟esperienza soggettiva della libertà, la modalità dolorosa secondo la qua le l‟agente razionale esperisce la propria responsabilità per l‟ azione (Murdoch, 1997, 262). Per Murdoch il rispetto fa   4  parte di una costellazione concettuale che identifica la morale con l‟ambito della volontà e che si esprime in azioni osservabili e, in questo senso, “pubbliche” . Si tratta di una prospettiva che restringe l‟essere morale all‟agire volontario e che fa dell‟atto decisionale il punto culminante della deliberazione. In questo modo, si perdono di vista le attività più interessanti dal punto di vista morale, come l‟immaginare, il teorizzare, il problematizzare, il cercare soluzioni, lo sforzarsi di comprendere meglio, il discernere e, infine, il vedere le cose per come sono (Murdoch, 1997, 177). A questa concezione limitata dell‟atti vità morale si accompagna una concezione altrettanto limitata della sensibilità, delle emozioni, e degli affetti. Ne emerge una concezione dell‟individuo scarnificato, una concezione irrealistica che perciò vanifica gli sforzi dei teorici dell‟etica. Le emozioni sono trattate come meri elementi di disturbo, che hanno solo il potere di togliere forza ai comandi della ragione, e dunque anche dell ‟obbligo  morale nella misura in cui è fondato sulla ragione, ma che non hanno alcuna legittimità (Murdoch, 1997, 366, 177). La loro forza non corrisponde a nessuna autorità genuina, ed è solo u n segno dell‟abbrutimento dell‟agente razionale. Per questo i meccanismi della motivazione morale diventano misteriosi e ineffabili (Murdoch, 1997, 195). Dell‟agente si indovinano solo atti di volontà se sono espressi nell‟esecuzione di un atto, attraverso i quali è difficile, però, ricostruire il carattere, la storia, la vita interiore degli individui perché si registrano solo atti discreti e sconnessi. La ricostruzione della vita degli altri è un‟operazione che svolge l‟osservatore, occupando il punto di vista speculativo sull‟azione; del lavorìo interno dell‟agente non si sa niente. Questa prospettiva spettatoriale sull‟agente comporta anche una concezione molto limitata dell‟attribuzione di responsabilità morale che viene a coincidere con la responsabilità causale: dal punto di vista dell‟osservatore, infatti, l‟unica relazione che s i può osservare è quella tra l‟agente e gli effetti del suo agire. Ma sappiamo che la responsabilità morale copre molte attività che non si possono descrivere né comprendere in termini di effetti e conseguenze. La responsabilità morale non coincide completamente con la responsabilità causale.   5 Per Kant il rispetto non è solo un sentimento generico attraverso il quale si registra l‟autorità della legge morale. È anche, secondo un complicato argomento, l‟atteggiamento morale fondamentale che veicola il ricon oscimento dell‟altro come eguale. È dunque il modo in cui riconosciamo e attribuiamo una categoria di valore distintiva, la dignità della persona (Kant, 1785, 402). Il rispetto per la persona è l‟atteggiamento valutativo con il quale si riconosce come sorgente separata e distinta di valore e quindi anche di richieste legittime. Questa separatezza pone un vincolo alla deliberazione, vietando, per esempio transazioni e compensazioni tra persone. Secondo la trattazione kantiana, com‟è noto , il tratto moralmente significativo della persona è la sua capacità di pensare ed agire secondo ragione, ovvero, secondo principi universali. La ragione, infatti, sulla  base di un altro argomento kantiano che qui non posso discutere, è strutturata secondo principi universali. La morale è autorevole e obbligante nella misura in cui siamo capaci di pensare ed agire sulla base di principi universali, nonostante le pressioni psicologiche alle quali siamo soggetti (Kant, 1785, 432, 437; Kant, 1797, 392, 395; Kant, 1793, 27-28). Ka nt produce un argomento a proposito dell‟equivalenza tra rispetto per la razionalità (o capacità di legislazione) e rispetto per il valore dell‟umanità che risiede appunto in tale capacità (Kant, 1785, 436). Si tratta di un‟argomentazione complicata e contestata. L‟idea centrale è che la determinazione razionale dei fini per l‟azione è un‟attività di tipo legislativo, nella quale ci rappresentiamo come co-legislatori in una comunità di eguali. Scelgo questa formulazione dell‟universalità in termini di co -le gislazione per mettere in risalto che il vincolo sull‟universalità della norma non è di natura strettamente logica, ma rappresenta la struttura stessa della normatività ed è la condizione di possibilità di ogni attività cooperativa. 1   Ciò che preme è l‟identificazione di criteri che possano essere autorevoli per tutti, e quindi che possano servire da guida per l‟azione cooperativa. Ma non si deve pensare che ciò valga solo nel senso dell‟agire cooperativo in senso 1  Sulla questione di come intendere il vincolo di universalità e la sua giustificazione, vd. O‟Neill 1989.
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